<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
	>

<channel>
	<title>USB</title>
	<atom:link href="http://usb4.wordpress.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://usb4.wordpress.com</link>
	<description>Una Sinfonica Babele</description>
	<lastBuildDate>Wed, 15 Jun 2011 06:06:14 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.com/</generator>
<cloud domain='usb4.wordpress.com' port='80' path='/?rsscloud=notify' registerProcedure='' protocol='http-post' />
<image>
		<url>http://s2.wp.com/i/buttonw-com.png</url>
		<title>USB</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com</link>
	</image>
	<atom:link rel="search" type="application/opensearchdescription+xml" href="http://usb4.wordpress.com/osd.xml" title="USB" />
	<atom:link rel='hub' href='http://usb4.wordpress.com/?pushpress=hub'/>
		<item>
		<title>Quel povero cristiano tra la polvere</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/06/15/quel-povero-cristiano-tra-la-polvere/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/06/15/quel-povero-cristiano-tra-la-polvere/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 06:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Celestino V]]></category>
		<category><![CDATA[Ignazio Silone]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Piluso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=292</guid>
		<description><![CDATA[di Nicolò Piluso Poggiato su un ripiano troppo alto per poter distinguere i tratti della copertina, della vecchia polvere sbiadisce i colori vivaci di un casolare illuminato da un sole estivo. Un libro può rimanere anni immobile su uno scaffale, pazientemente attende il momento in cui, per curiosità o per noia, arriva il suo tempo: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=292&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nicolò Piluso</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong><img class="alignleft" title="L'avventura di un povero cristiano" src="http://media.hoepli.it/hoepli/Libro/SILONE-IGNAZIO/LAVVENTURA-DI-UN-POVERO-CRISTIANO---VERSIONE-TEATRALE-/9788804455691.jpeg" alt="" width="150" height="260" />Poggiato su un ripiano troppo alto per poter distinguere i tratti della copertina, della vecchia polvere sbiadisce i colori vivaci di un casolare illuminato da un sole estivo. Un libro può rimanere anni immobile su uno scaffale, pazientemente attende il momento in cui, per curiosità o per noia, arriva il suo tempo: <em>L’avventura d’un povero cristiano</em> di Ignazio Silone.</p>
<p style="text-align:justify;">Per quanto attratto dall’ancestrale storia dell’evoluzione del cristianesimo, dall’avvicendarsi di papi che hanno segnato la storia del nostro paese e della comunità credente, un libro narrante la storia di papa Celestino V difficilmente attirerebbe un lettore in cerca di una lettura che lo distragga dalla quotidiana frenesia in cui è immerso.</p>
<p style="text-align:justify;">Per ragioni sconosciute, forse legate a una frase intercettata tra un semaforo e un parcheggio, o per una particolare canzone ascoltata mentre elabori dati al computer, il momento giunge. Ti avvicini a quel libro che con cura hai scansato per anni, lo afferri, soffi via la polvere e per la prima volta distingui con chiarezza la copertina e il nome dell’autore. Una strana sensazione avvolge la tua curiosità, ti senti conquistato dal libro prima ancora di aprilo, cominci a sfogliarlo distrattamente, sapendo già di volerlo leggere ignaro del fatto che probabilmente è il libro stesso ad averlo deciso.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-292"></span> La storia di Celestino V, il papa del gran rifiuto, è descritta con semplicità, in stile commedia, rendendo il racconto leggero e piacevole. Silone confessa: «Ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro», io aggiungo che «non saprei leggere altro».</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo la morte di papa Niccolò IV (1292), i forti scontri tra le potenti famiglie nobili cristiane (i Colonna, gli Orsini e i Caetani) che cercavano di accaparrarsi il diritto a successore di Pietro si risolsero, dopo innumerevoli conclavi che videro un periodo di sede vacante di circa due anni, con la nomina di Celestino V, al secolo Pietro Angelerio del Morrone (1294). Il racconto è composto da colloqui tra frati, cardinali, abitanti del luogo (Monte Morrone, Sulmona, dove Pietro Angelerio si era ritirato in eremitaggio da più di 50 anni) e scontri verbali, intrisi di astio e finto perbenismo tra Celestino V e il Cardinale Caetani, futuro successore del papa, ossia futuro Bonifacio VIII. Quest’ultimo, una volta assicuratosi l’appoggio della famiglia Orsini, e dichiarato apertamente «guerra» (occhio alla semantica) ai Colonna, riuscì a convincere Celestino V a dimettersi dal soglio papale. Il papa, uomo corretto, eremita dai grandi ideali, uomo di montagna e semplice, non resse alle pressioni che un simile titolo gli imponeva. Rinunciò alla Tiara dopo soli tre mesi di pontificato. Una volta eletto, il cardinale Caetani (Bonifacio VIII), imprigionò Celestino V, lasciandolo morire in cella il 19 Maggio del 1296.</p>
<p style="text-align:justify;">Il racconto di Silone, basato su fatti storici e del tutto veritiero, mette in luce l’atteggiamento restio della chiesa nei confronti della dottrina di San Francesco, vissuto appena 60 anni prima dei fatti narrati. Celestino V abbraccia la dottrina del santo, e per tale ragione il suo voto di povertà è assoluto. Questo lo indurrà ad esprimere aspre critiche contro i cardinali, nobili contraddistinti per loro avidità.</p>
<p style="text-align:justify;">Un simile libro, datato, impolverato e dimenticato per anni tra gli scaffali, circondato da rilegature moderne con titoli a effetto, spinge il lettore a domandarsi da quale storia proveniamo, allargando lo spettro di percezione del mondo cristiano, ponendo quesiti laddove era impensabile chiedersi il perché.</p>
<p style="text-align:justify;">Qualcosa mi dice che la polvere è un indizio da seguire, con un significato ben preciso&#8230; ma questa è solo semantica.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><br />
</em></p>
<p><em>Nicolò Piluso (soprav)vive a Catania, appassionato di musica e letteratura passa la maggior  parte del suo tempo tra una chitarra/basso e un libro. Stranamente è convinto che la scrittura sia  l’espressione più alta dell’essere, quindi purtroppo non si limita a leggere e suonare&#8230;  ma si ostina a comporre!</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/292/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/292/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=292&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/06/15/quel-povero-cristiano-tra-la-polvere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://media.hoepli.it/hoepli/Libro/SILONE-IGNAZIO/LAVVENTURA-DI-UN-POVERO-CRISTIANO---VERSIONE-TEATRALE-/9788804455691.jpeg" medium="image">
			<media:title type="html">L'avventura di un povero cristiano</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Joshua&#8217;s Tree</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/28/joshuas-tree/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/28/joshuas-tree/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 May 2011 15:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ricci]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=258</guid>
		<description><![CDATA[di Marco Ricci Non avendo più niente da dire, Joshua si chiuse in un silenzio tale da far impallidire Siddartha e Sai-Baba messi insieme. Fino ad allora era stato loquace, espansivo. Addirittura fastidioso in quelle circostanze che lo eccitavano particolarmente e lo portavano a raggiungere la sua tipica frenesia espansiva a cui era difficile mettere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=258&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="Apple-style-span" style="font-weight:normal;font-size:13px;">di <strong>Marco Ricci</strong></span><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-279" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/3916691802_1e5507985c_b.jpg?w=430&#038;h=286" alt="" width="430" height="286" />Non avendo più niente da dire, Joshua si chiuse in un silenzio tale da far impallidire Siddartha e Sai-Baba messi insieme.</p>
<p>Fino ad allora era stato loquace, espansivo. Addirittura fastidioso in quelle circostanze che lo eccitavano particolarmente e lo portavano a raggiungere la sua tipica frenesia espansiva a cui era difficile mettere un limite. L&#8217;innato senso di stupore, d’altronde, non l’aveva mai spinto a isolarsi o a rinchiudersi in un cassetto, neppure davanti a quei comportamenti difficilmente comprensibili o giustificabili. Anzi, il non capire a fondo tutto ciò che vedeva aveva progressivamente accresciuto la sua voglia di chiedere, e man mano che i suoi ragionamenti si erano fatti più accurati e le sue domande più pertinenti e precise, la curiosità di cui era indubbiamente dotato fin dalla nascita aveva cominciato a creare al prossimo più imbarazzi che altro.</p>
<p>Questo finché, una mattina di maggio, si rese improvvisamente conto di non avere più niente da dire. E neppure da chiedere. E neppure da ascoltare.<span id="more-258"></span></p>
<p>Un mutamento dalla loquacità quasi continua al silenzio più assoluto, una vera sorpresa anche per lui, abituato a sentirsi dire di tacere piuttosto che invitato a parlare. La sorpresa di Joshua fu anche maggiore poiché non non trovò un accadimento particolare o un’idea improvvisa che lo avessero spinto nella direzione del silenzio. Fu più che altro l’insorgere neppure troppo lento di un insofferente distacco, sempre più acuto, accompagnato da un crescente senso di vuoto che, impercettibilmente, giorno dopo giorno, aveva sopito in lui ogni desiderio di dialogo. E come l’acqua evapora via via da un campo fino a lasciarlo arso, lui quella mattina si era ritrovato completamente silenzioso.</p>
<p>Di cosa parlare, d’altronde, se non c’era più niente da dire e se niente era più in grado di attirare il suo interesse? Momenti del genere sono piuttosto frequenti nel corso di una vita, e normalmente non ci si presta troppa attenzione per quanto passano rapidamente e scompaiono nel volgere di un fine settimana senza lasciare traccia.</p>
<p>Questo se Joshua, quella mattina di maggio, non avesse avuto soltanto sette anni.</p>
<p>E se il suo silenzio non fosse durato per ulteriori sette, divenendo presto fonte non solo di estrema meraviglia ma anche di vivissima preoccupazione da parte dei suoi, seppure Joshua avesse portato avanti quel silenzio con estrema naturalezza, senza dare mai alcun segno di disagio o di nervosismo, quasi che il silenzio fosse un suo stato naturale come in precedenza lo era stata la loquacità.</p>
<p>Dopo un paio di giorni smise anche lui di domandarsi se nella sua testa ci fosse qualcosa di anormale, una rotella che non funzionasse o qualcosa del genere. Anzi, cominciò ben presto a condurre la sua nuova vita silenziosa come tutti gli altri bambini la conducevano rumorosamente. Fattaci presto l’abitudine, si compiacque addirittura con sé stesso che la sua nuova vita fosse estremamente meno faticosa da condurre. Niente arrovellamenti inutili, niente domande, niente bugie, niente incomprensioni, il mondo sfilava davanti a lui come una pellicola a colori coperta da una patina trasparente che non trasmetteva altro che colori in movimento privi di passione, di emozione, privi di qualsiasi forma di interesse che potesse vagamente sfiorarlo.</p>
<p>Non si stava male così, e non avendo neppure più alcuna opinione da esprimere verso nessun fatto, il rimanere zitto non gli costava fatica, mentre il camminare per conto suo lungo i marciapiedi guardando gli alberi e le loro chiome ventose colpite dal sole diventò presto una buona alternativa alle conversazioni. Se voleva giocare a football ci giocava. Se non voleva, non ci giocava. Ma di come fosse andata a finire la partita, di chi avesse vinto o di quale allenatore avesse fatto l’idiozia più grande, beh, di questo non gli importava niente e lasciava ai suoi compagni di squadra la briga di accalorarsi sugli inutili lanci a effetto di quel testone brunastro di Leonard Lim. Lui riprendeva semplicemente le sue scarpe, si cambiava la maglia e, guardando gli aceri con le punte conficcate nel sole del tramonto, se ne tornava a casa prendendo a calci un sasso quando capitava.</p>
<p>Restò dunque in silenzio per sette anni. Sette anni che dovette in qualche modo occupare per evitare che la sua testa friggesse per eccessiva inattività. E l’applicazione migliore che trovò per occupare le sue energie fu subito la geometria. Quella euclidea. In terza elementare cominciò a giochicchiare con il pensiero dei triangoli. Li prendeva, li spostava, li univa fino a formare triangoli più grandi, e andò avanti così, giorno e notte, finché non credette di essere diventato il più grande esperto al mondo di geometria mentale. Specialità, triangoli. Quando poi capì che anche le piramidi avevano qualcosa a che fare con i triangoli, questo in quarta elementare, abbandonò le due dimensioni e cominciò senza sosta a sezionare piramidi, a traslarle, a costruire figure regolari fatte solo da piramidi finché una mattina, all’incirca a dodici anni, pensò di aver esplorato tutte le possibilità delle tre dimensioni e fece il grande salto. Quattro, cinque, sei dimensioni, un’orgia di piramidi pluridimensionali in grado di creare nella sua testa invisibili forme meravigliose, forme ignote al mondo ma chiarissime a lui, che si beava come un’ape di fronte al miele di quelle perfette costruzioni. Riusciva a spostare piramidi anche durante le noiosissime sedute di psicoterapia a cui l’avevano costretto i suoi genitori fin dall’apparire del suo silenzio. Genitori che oltre a costringerlo a iscriversi ai boy-scout l’avevano segnato anche ai corsi di musicoterapia e a quelli di disegno pur di farlo di nuovo parlare. Noiosi poco meno delle lunghissime visite che la signora Spears abitualmente faceva a casa dei suoi per raccontare o le ultime su sua figlia o le prime su un paio di nipotini rossicci che lui aveva visto un paio di volte trascinati da un cane tozzo e nero. Tutte quelle attività lo spinsero però ad astrarsi ancora di più dal mondo, producendo l’effetto esattamente contrario a quello che i genitori si auguravano. Non era meglio dedicarsi alla geometria piuttosto che giocare agli indiani-scout in un quartiere di New York, prima di dover riprendere l’autobus e tornarsene verso casa vestito come un deficiente? Che poi la Terra si stesse riscaldando, come diceva con tanta enfasi una donna come sua madre che si lamentava ancora di non poter usare più le vecchie bombolette spray che fissavano i capelli meravigliosamente, il riscaldamento gli parve un problema così illogico da preferire di gran lunga gli angoli interni delle piramidi dodecadimensionali. Non cuocevano l’ambiente e non avevano per giunta conseguenze preoccupanti sulle acconciature femminili. Certo, in alcuni momenti avrebbe voluto esprimere tutto il suo apprezzamento per i tramonti sulla baia o per i favolosi Milk&amp;Honey, quegli splendidi snack al cioccolato e miele di cui andava pazzo. Ma la prospettiva che nessuno avrebbe potuto mai capire quanto davvero adorasse quei tramonti e quegli snack ricoperti di cioccolato lo sconfortava quasi di più dei discorsi del reverendo Taylor sugli angeli, il purgatorio e la salvezza eterna. Di quelle riunioni pomeridiane in parrocchia, in tre anni di frequentazioni, trovò interessante solo le questioni sulla Trinità, ma più per via delle implicazioni geometriche dell’argomento che per spirito realmente teologico, spirito che in realtà sentiva di non aver mai avuto, per il semplice fatto che tutti quei discorsi gli apparivano profondamente irrazionali .</p>
<p>Da un certo punto di vista, però, a quattordici anni, dovette ammettere che nella sua storia ci fu senza dubbio qualcosa di cabalistico se il suo silenzio durò sette anni e non uno di più. Sette come i sigilli dell’Apocalisse, sette come il numero delle virtù, sette forse come i peccati capitali, anche se più che un peccato fu Marlene Miller a fargli aprire di nuovo la bocca, inaspettatamente e senza preavviso. Lei gli passò la sua sigaretta, lui fece un tiro profondo e, senza rendersene neppure conto, esclamò di getto: «Ma fa schifo!». Poi, con un’espressione da ghiacciolo, davanti agli occhi sbalorditi di Marlene che si erano allargati a dismisura, le guardò la gonna e disse di nuovo: «Anche la tua gonna fa schifo. Compratene un’altra». Riavvicinò la sigaretta alle labbra, fece un altro tiro ma questa volta con più attenzione per evitare di tossire, quindi lasciò la sigaretta tra le dita tremolanti di una esterrefatta Marlene e se ne tornò a casa ciondolando le spalle e prendendo come al solito a calci i sassi che incontrava.</p>
<p>Si sentiva in realtà così stupito di aver di nuovo pronunciato una parola che per qualche centinaio di metri preferì pensare ancora ai triangoli piuttosto che convincersi del fatto che qualcosa era successo. Ma quando un colpo di vento fece piovere improvvisamente sulla strada i fiocchi bianchi dei pioppi, Joshua si sedette su un gradino e si fermò a riflettere davanti a un grande albero lucente e verde che nevicava palle bianche verso di lui. Si prese le guance tra le mani e, aprendo e chiudendo gli occhi mentre fissava i rami che si arrampicavano verso il cielo, si ritrovò inaspettatamente a pensare a Giuda e alla crudeltà. E poi a Dan Crosby, il suo compagno delle elementari, mentre tirava calci a un cane piccolo e impaurito. Poi rivide il padre di Timmy Stuart, che non prendeva a calci i cani ma picchiava spesso sua moglie facendola urlare fino a riempire di strilli mezzo quartiere. E poi ripensò al postino, il primo postino della loro prima casa, che probabilmente non prendeva a calci né i cani né sua moglie ma che aveva in bocca dei denti orridi da far quasi vomitare. E rivide lo schifo della sua insegnante quando aveva rovinato a tutta la classe la recita con un commento acidulo e fuori luogo, insomma riprovò in quella mezz’ora sul marciapiede tutto lo schifo che aveva visto e le incomprensioni di cui si era sentito vittima nei suoi primi sette anni di vita. L’obbligo incomprensibile di non girare per casa scalzo o di recitare le preghiere anche quando era già addormentato. L’obbligo di non sporcarsi giocando a football, come se avesse potuto volare, e lo schifo del padre del suo vicino di casa, Sam, quando aveva preso a fucilate un gatto.</p>
<p>Già, arcuò il collo verso la punta del pioppo che adesso era illuminato solo sulla punta, sorridendo. Aveva visto troppo schifo per non innamorarsi dei triangoli e degli angoli esterni, lasciando da parte il wrestling e le gite a Disneyland con la famiglia di Rose. Troppo, così tanto schifo che sette anni prima doveva non aver avuto il coraggio di capirlo o di raccontarselo prima di dormire. E anche la gonna di Marlene Miller faceva schifo. Una gonna improponibile con quelle cuciture troppo spesse e la stoffa perennemente spiegazzata da farla sembrare una carta regalo di tre natali prima. Eppure Marlene, poco meno di una disadattata anche lei secondo quanto dicevano tutti a scuola, lei non faceva per niente schifo. Anzi, se non fosse stato per le sue orribili gonne non era affatto male come tipa. Troppo magra, lo riconosceva. In alcuni casi troppo eccentrica, era vero anche questo, ma sentiva di non poter cancellare anche lei solo per quella smania di leggere continuamente poesie e di ricopiarle sul retro di cartoline colorate. Aveva vissuto benone senza il telefono, senza i discorsi dei suoi e le litigate dei vicini. Aveva vissuto ancora meglio senza recitare poesie o partecipare a stupide recite scolastiche vestito da topo. Eppure Marlene, con quelle sue fossette allegre nel mezzo delle guance, avrebbe compreso anche lei quanto era bello il pioppo verdeggiante che ondeggiava davanti a lui. E quella neve colorata d’arancio che scendeva su New York portata via dal vento.</p>
<p>Joshua rise. Pensò al suo incredibile silenzio, pensò a Marlene quando si affannava a parlargli dei gatti, dei colibrì e dell’oceano maestoso senza che lui in alcun modo rispondesse, impegnato tra un triangolo isoscele e una piramide a testa in giù. Poi, in preda a una fortissima emozione, si grattò la testa e subito si alzò dal marciapiede riprendendo la strada verso casa, la testa vuota di triangoli ma inaspettatamente stracolma di pensieri. C’era del buono in lei, lo stesso buono che aveva visto nei pioppi o nei fiori d’acacia, e a Marlene sarebbe senza dubbio piaciuta quella luna che stava nascendo oltre le case tra una grata di antenne e panni stesi. Era bassa sui tetti, sbiadita. Mezza butterata e ce ne mancava oltre metà.</p>
<p>Già, faceva onestamente schifo come luna, ma almeno gli era simpatica così silenziosa e giallognola da sembrare avariata.</p>
<p>Molto più simpatica della signora Spears, del postino e di quei cretini dei boy-scout.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><br />
</em></p>
<p><em>Marco Ricci è nato a Macerata 39 anni fa. Laureato in Astrofisica, è stato consulente informatico a Roma.<br />
Nel 2009 ha pubblicato il romanzo <span class="Apple-style-span" style="font-style:normal;">Penshurst Road</span> (Mursia). </em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/258/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/258/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=258&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/28/joshuas-tree/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/3916691802_1e5507985c_b.jpg" medium="image" />
	</item>
		<item>
		<title>Scrivere</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/06/scrivere/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/06/scrivere/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 May 2011 06:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Under the Semantic Bridge]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Luisa Valenzuela]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=110</guid>
		<description><![CDATA[di Luisa Valenzuela Scrivo contro coloro che credono di avere tutte le risposte. Spero che ogni mio libro sia una fonte che genera domande su domande e, per fortuna, quasi nessuna risposta. Credo che si scriva sempre a partire da una carenza, e non per colmarla – questa sarebbe una pretesa vana e presuntuosa – [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=110&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;" align="center"><span class="Apple-style-span" style="font-weight:normal;font-size:13px;">di <strong><a href="http://www.luisavalenzuela.com/index.html" rel="nofollow" target="_blank">Luisa Valenzuela</a></strong></span></p>
<p style="text-align:justify;" align="center"><img class="alignleft" title="Luisa Valenzuela" src="http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v2766/165/4/1041932566/n1041932566_374885_8372867.jpg?dl=1" alt="" width="425" height="280" />Scrivo contro coloro che credono di avere tutte le risposte. Spero che ogni mio libro sia una fonte che genera domande su domande e, per fortuna, quasi nessuna risposta.</p>
<p style="text-align:justify;">Credo che si scriva sempre a partire da una carenza, e non per colmarla – questa sarebbe una pretesa vana e presuntuosa – ma per interrogarla.<span id="more-110"></span> Personalmente, ho avuto la fortuna di iniziare a scrivere i miei primi racconti quando ero ancora molto giovane, eliminando così la barriera a volte insormontabile dell&#8217;autocritica, e a 20 anni mi sono potuta buttare, del tutto sfacciatamente, in un romanzo. È stato un po&#8217; come il tango, ero “ancorata a Parigi” e sentivo la mancanza di una Buenos Aires dove non sarei più tornata. Non vi sarei più tornata, tra le altre ragioni, perché era la mia Buenos Aires inventata, archetipica, e queste invenzioni sono sempre generative e mutevoli, come i miti. Il romanzo si intitolava <em>Hay que sonreír </em>, e non si trattava di un consiglio, era un&#8217;imposizione.</p>
<p style="text-align:justify;">Prima e dopo ci sono stati i racconti, raccolti poi in un volume che ho intitolato <em>Los Heréticos</em> perché ciò che allora mi interessava, e mi interessa tuttora, è il sottile confine che separa la religione dall’eresia.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Los Heréticos</em> è stato pubblicato nel &#8217;67. Il &#8217;70 è stato per me l&#8217;anno della svolta, l&#8217;anno del riconoscimento della letteratura vulcanica e delle mie stesse eruzioni interiori. Credo sia stato lo shock della New York di fine anni &#8217;60 a generare un testo viscerale, e spero profondamente erotico: <em>El gato eficaz</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">In verticale o orizzontale, all&#8217;insù o all&#8217;ingiù, scrivevo <em>El gato eficaz </em>in ascensore, in viaggio, camminando verso luoghi sconosciuti, verso parti di me stessa quasi del tutto oscure. Sono molto contenta di averlo fatto, di aver potuto anche per una sola volta rompere gli argini e non riconoscermi affatto. È un libro che posso riprendere in ogni momento, rileggerne qualche pagina e stupirmi, come se non mi appartenesse. E sinceramente credo non mi appartenga. Credo non sia nemmeno frutto della mia immaginazione. Forse è un solo un piccolo segno del contatto con l&#8217;inconscio transindividuale, con l&#8217;Altro con la A maiuscola, come direbbe Lacan.</p>
<p style="text-align:justify;">Poi c&#8217;è stata la vita di tutti i giorni, è ovvio, e le mie manie ambulatorie che hanno iniziato a portarmi dagli Stati Uniti al Messico, alla Francia, a Barcellona. E c&#8217;è stato, a Barcellona, il tentativo di scrivere qualcosa di vagamente autobiografico che iniziava così:</p>
<p style="text-align:justify;">«Era nata come tutti nascono, protestando per la sua fottuta sorte. Non fu possibile stabilire se le sue urla fossero lamenti per essere venuta al mondo o per qualcosa di più sottile, come un’angoscianei confronti della razza umana – i suoi fratelli – che provava entrando in quel liquido amniotico collettivo che è l&#8217;aria».</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;autobiografia ha poi preso il volo alla seconda pagina, io sono tornata a sorridere e a sentire quanto può essere esaltante la creazione letteraria quando il linguaggio inizia a esprimersi attraverso qualcuno, o meglio, nonostante qualcuno.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Como en la guerra</em> era il titolo di quel romanzo, a cui ho dovuto aggiungere dei paragrafi più o meno falsi per far credere che fosse una guerra d&#8217;amore e non si notasse quell&#8217;altra sovversione di valori che andava prendendo forma man mano che il testo avanzava.</p>
<p style="text-align:justify;">Tanta finzione, tante maschere&#8230; Noi donne conosciamo bene queste cose, ed è ora che ne approfittiamo per rivendicare la nostra libertà di parola, la parola che finora ci è stata vietata.</p>
<p style="text-align:justify;">I racconti di <em>Aquí pasan cosas raras</em> sono cronache della paranoia di Buenos Aires negli anni neri: la parola che mi era stata vietata e che ho potuto, in un modo o nell&#8217;altro, pronunciare. Grazie al grottesco, all&#8217;iperrealismo letterario, all&#8217;umorismo nero, o quello che era, sono riuscita a oltrepassare le barriere della censura governativa e a dire in quel momento quello che avevo da dire.</p>
<p style="text-align:justify;">È proprio così che sono nati, un po&#8217; più avanti e dopo altri libri, <em>Cambio de armas</em>, e alcuni dei racconti che fanno parte della nuova raccolta: <em>Simetrías</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Ho vissuto dieci anni a New York (dal &#8217;79 all&#8217;89) e, avendo scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788885409453/valenzuela-luisa/noir-con-argentini.html" rel="nofollow" target="_blank"><em>Noir con argentini</em></a>, che si svolge nei bassifondi della città ma con degli accenni alla politica argentina, ho deciso che fosse arrivato il momento di tornare nel mio paese. Lo shock del ritorno mi ha portato a scrivere <a href="http://www.edizionigoree.it/titolo_realta_nazionale_vista_dal_letto.php" rel="nofollow" target="_blank"><em>Realtà nazionale vista dal letto</em></a>, quindi ora non so con precisione dove finisce la mia vita e inizia la letteratura, o viceversa.</p>
<p style="text-align:right;" align="right">Agosto 1991</p>
<h2 style="text-align:justify;" align="right">Io sono un&#8217;altra, tutte le altre.</h2>
<p>di <strong><a href="http://www.luisavalenzuela.com/index.html" rel="nofollow" target="_blank">Luisa Valenzuela</a></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft" title="Luisa Valenzuela" src="http://www.casadelasamericas.com/semanautor/valenzuela/images/luisagata.gif" alt="" width="303" height="266" />Il mio doppio in realtà è semplice. La semplice proiezione di ciò che ho voluto o vorrei essere e (perché no?) sono. Al di là di quando, da bambina, sognavo di diventare regina o campionessa di qualche sport rischioso o eroina autosalvata dalle acque o qualcosa del genere, gli altri miei sogni, più precisi e affini a me, bene o male sono diventati realtà nel corso della vita e coesistono in modo non sempre pacifico con la stessa scrittura.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo è il vantaggio della <em>fiction</em>: permette di immedesimarsi in chiunque.</p>
<p style="text-align:justify;">La protagonista del mio ultimo romanzo è un’antropologa. È evidente che questa sarebbe la sintesi di altre passioni, diciamo, meno pratiche. Come essere esploratrice, o detective, o pilota collaudatore, o scienziata. Tutte possibilità che mi sono passare per la testa: tra tutte, quella di diventare scienziata era la più coerente e persistente. Finita la scuola, volevo studiare matematica e fisica, e credo che sarei stata piuttosto brava in quelle discipline, perché la comprensione delle complessità astratte non mi mancava. Allora. Ora niente del genere, sebbene leggere testi specializzati, dei quali capisco, con ottimismo, un dieci per cento, mi riempia di una particolare euforia. Non ho mai voluto fare la psicanalista, anche se leggere di psicanalisi mi stimola e mi scatena l’immaginazione, già abbastanza scatenata di suo; tuttavia, una cosa sono le letture, e altra cosa le costruzioni fantasmatiche, come ho ben imparato da suddette letture.</p>
<p style="text-align:justify;">Pittrice sì, oh sì che avrei voluto esserlo, se avessi avuto un pizzico di talento. Adorerei vivere circondata da forme e colori e odore di trementina che non è nulla di tremendo come il nome sembrerebbe suggerire. Proprio per questo ho accettato di essere scrittrice, perché sono le parole che mi vengono spontanee, e mi aprono un mondo di forme e colori e rituali e maschere ed è in esse che posso essere perfino la sciamana della tribù, il mio doppio.</p>
<p style="text-align:justify;">Convive con me una donna indipendente a oltranza, indisciplinata, spietata, onnivora, sgretolata. Per questo io e il mio doppio: un solo cuore, come gemelline siamesi. E anche il mio triplo e il mio quadruplo e la mia ennesimapotenza. Perché dovrei limitarmi a due, e solo due, come chi balla il tango?</p>
<p style="text-align:right;" align="right">Marzo 2001</p>
<p style="text-align:justify;" align="right"><em>Traduzione di Giulia Zavagna.</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/110/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/110/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=110&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/06/scrivere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v2766/165/4/1041932566/n1041932566_374885_8372867.jpg?dl=1" medium="image">
			<media:title type="html">Luisa Valenzuela</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://www.casadelasamericas.com/semanautor/valenzuela/images/luisagata.gif" medium="image">
			<media:title type="html">Luisa Valenzuela</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Je ne regrette rien</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/05/je-ne-regrette-rien/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/05/je-ne-regrette-rien/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 May 2011 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Unidentified System Boundaries]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Luca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=165</guid>
		<description><![CDATA[di Luca Alvino Vi è mai capitato di fare confusione fra il sogno e la veglia? Di non riuscire a comprendere se ciò che state vivendo sia un sogno o un’esperienza reale? O di non vedere l’ora che arrivi la notte per sognare, andando a dormire con la stessa curiosità con cui si va al [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=165&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p><a href="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/inception201.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-167" title="Inception20" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/inception201.jpg?w=294&#038;h=435" alt="" width="294" height="435" /></a>Vi è mai capitato di fare confusione fra il sogno e la veglia? Di non riuscire a comprendere se ciò che state vivendo sia un sogno o un’esperienza reale? O di non vedere l’ora che arrivi la notte per sognare, andando a dormire con la stessa curiosità con cui si va al cinema? Di arrivare a ritenere la lievità onirica preferibile all’esistenza costretta del mondo reale? Attenti: a qualcuno è capitato di rimanere intrappolato nei propri sogni, e là sotto le ore possono diventare anni; si perde la cognizione dell’irrealtà, ed è facile rimanere ostaggi del non-essere, alla mercé del rimpianto e della desolazione.<span id="more-165"></span></p>
<p>Il sogno, così come l’arte o il gioco, costituisce un sofisticato processo di simulazione fondamentale per elaborare strategie conoscitive in grado di metabolizzare l’esperienza, creando quel cortocircuito altrimenti impossibile tra le regioni oscure e inaccessibili del subconscio e quelle troppo luminose della consapevolezza e della razionalità.</p>
<p><em>Inception</em>, l’ultimo film di Christopher Nolan, si colloca in quel filone della fantascienza nel quale l’esperienza simulata contende al mondo reale il privilegio dell’autenticità, e che negli ultimi due decenni ha declinato il paradigma della simulazione secondo un cospicuo numero di varianti: dalla realtà virtuale del <em>Tagliaerbe</em> e di <em>eXistenZ</em> alla fiction televisiva di <em>The Truman Show</em>; dal viaggio nel tempo dell’<em>Esercito delle dodici scimmie</em> alla realtà digitale di <em>Matrix</em>; dalla manipolazione della memoria di <em>Paycheck</em> all’alterazione del passato di <em>The Butterfly Effect</em>; dal coma criogenico di <em>Vanilla Sky</em> agli androidi iper-tecnologici del <em>Mondo dei replicanti</em> e di <em>Avatar</em>.</p>
<p>Dom Cobb (il protagonista interpretato da Leonardo Di Caprio) è un estrattore di pensieri, un ladro altamente specializzato che, utilizzando la tecnica del «sogno condiviso», è in grado di penetrare nell’immaginario onirico delle persone allo scopo di rubare dalla loro mente importanti segreti industriali. Saito, un ricchissimo uomo d’affari giapponese, gli commissiona l’operazione inversa rispetto all’estrazione: un innesto. Anziché sottrarre un pensiero, egli deve innestare un’idea nuova nella mente di un giovane ereditiere, condizionandolo nella decisione di dividere l’impero economico del padre dopo la sua morte. Cobb – latitante dagli Stati Uniti perché accusato dell’omicidio della propria moglie – accetta la proposta nonostante la difficoltà dell’impresa, in quanto Saito gli promette di aiutarlo a tornare a casa per rivedere i propri figli. Per realizzare l’ardimentoso progetto – e per eludere le difese oniriche di un subconscio predisposto a combattere l’invasione – Cobb elabora una strategia complessa, che gli richiederà la predisposizione di un sogno articolato in ben tre livelli (un sogno nel sogno di un sogno).</p>
<p>La tecnologia del sogno condiviso nasce in ambito militare. I soldati hanno bisogno di un ambiente in cui ci si possa esercitare nel combattimento senza riportare danni fisici permanenti, e il sogno consente in tal senso la possibilità di effettuare un tirocinio efficace garantendo l’incolumità. Nel sogno – come in generale in ogni ambiente simulato – le scelte non sono mai definitive, e le conseguenze degli errori sono sempre rimediabili. Nel mondo della simulazione vige un principio di immunità, in forza del quale anche il male peggiore – la morte – non ha altre conseguenze se non un brusco ritorno nella dimensione della veglia. Ma l’eccessiva confidenza con i benefici della reversibilità rischiano di viziare pericolosamente chi fa del sogno un lavoro (o un rifugio), chi lo assume a pretesto per non affrontare l’intollerabile fatalità della consumazione, ovvero la prerogativa del mondo reale più fatalmente minacciosa e difficile da accettare. Lo sa bene Cobb, la cui moglie Mal (impersonata da un’intensa Marion Cotillard, Oscar e Golden Globe nel 2008 per l’interpretazione della cantante Édith Piaf ne <em>La vie en rose</em>) è caduta nell’equivoco di confondere il mondo reale con il sogno, preferendo una rassicurante esistenza sospesa nell’indeterminatezza alla traumatica e fragile imperfezione della caducità. Ma Cobb sa anche che procrastinare una scelta non rappresenta mai una soluzione. Il rischio è di rendersi conto troppo tardi di aver rinunciato nella propria vita alla pienezza, di aver sciupato tutte le occasioni di felicità, per distrazione o per arroganza, e ritrovarsi al termine della propria esistenza come «un vecchio pieno di rimpianti, che aspetta la morte da solo». Non a caso il segnale che nel film avvisa i sognatori dell’imminenza del risveglio è dato dalle note di <em>Non, je ne regrette rien</em> (letteralmente «no, non rimpiango nulla»), una canzone resa celebre negli anni sessanta da Édith Piaf (sì, ancora lei). Il rimpianto altro non è che la malinconica attitudine di chi nella propria vita ha rinunciato a scegliere, illudendosi in tal modo di poter differire la naturale consumazione dell’esistenza. Per risvegliarsi dal sonno, dunque, per tornare alla realtà e prendere nuovamente possesso del destino, per assumersi la responsabilità di incarnare il proprio ruolo affrontando consapevolmente le conseguenze delle proprie scelte – giuste o sbagliate che siano –, c’è dunque bisogno di abbandonare ogni paura, e soprattutto la paura del rimpianto. Chi sceglie accetta la sfida di vivere nel tempo, non teme di incanalarsi nei viluppi del divenire, ha compreso che la conservazione rappresenta un’illusione dissennata e pericolosa e che il senso abita nella consumazione. Rifugiarsi nella potenzialità, costruire il proprio nido nell’accattivante nucleo dell’inespressione, significa rimanere intrappolati nelle pastoie della lusinga, disprezzare il gusto fragrante dell’esperienza, disertare vigliaccamente il campo di battaglia, scendere in corsa dal treno della storia.</p>
<p>Il sogno condiviso non può essere affrontato con leggerezza. Prima di intraprendere l’avventura onirica, è bene assicurarsi di avere a disposizione tutti i mezzi necessari per riuscire a tornare indietro dalla spedizione. È opportuno munirsi di un «totem», un piccolo oggetto da portare sempre in tasca, del quale si conosca esattamente il peso o una peculiarità dell’equilibrio, come una trottola o un dado truccato. Quando ti capiterà di dubitare, potrai verificare se il totem risponde nel modo atteso alle consuete dinamiche di movimento (la trottola non può girare all’infinito, il dado truccato deve far uscire sempre lo stesso numero). In caso contrario, fai attenzione: ti trovi nel sogno di qualcun altro!</p>
<p>Per tornare indietro ci sono varie possibilità. C’è il sistema drastico, la morte: qualcuno ti spara e muori, il sogno finisce e torni in un baleno nel mondo reale. C’è il sistema standard – meno traumatico, più procedurale –, il cosiddetto «calcio»: un complice rimane sveglio accanto al sognatore e al termine stabilito gli provoca uno sbilanciamento, procurandogli quella sensazione di cadere che lo sveglia di soprassalto, ristabilendo il primato della realtà attraverso la brutale tirannia della legge fisica.</p>
<p>Ma quando non c’è più nessuno ad attenderti dall’altra parte, e hai ormai dimenticato di vivere in un mondo che non è reale (per convenienza, per rassegnazione, o per l’oblio che sempre incombe minaccioso sulla mortalità), l’unica possibilità che ti rimane per svegliarti è compiere un atto di fede: rinunciare all’indeterminatezza del sogno, e credere che la consumazione di una scelta non corrisponda alla spietata rinuncia all’infinità; percepire fino in fondo che nella consunzione può addensarsi un senso profondo, e nell’assunzione di responsabilità una bellezza insospettata.</p>
<p>Complessivamente <em>Inception</em> è un film assai ben costruito, con una sceneggiatura curata nei dettagli più ossessivi e una regia attenta e brillante, particolarmente nelle scene d’azione. Assai efficaci alcune intuizioni, come l’introiezione della sfera della simulazione all’interno del subconscio, nel cuore dell’attività onirica; o come la dilatazione temporale che cresce in maniera esponenziale proporzionalmente ai livelli del sogno (una settimana al primo livello corrisponde a sei mesi nel secondo e a dieci anni nel terzo); o la funzione simbolica del «totem», al tempo stesso strumento per recuperare un rapporto con la realtà e insieme emblema razionalistico che ostacola l’atto di fede necessario a tale recupero. Non convince invece la pretesa di esprimere le regole che dettano l’attività onirica con una pleonastica precisione matematica (anche gli scenari dei sogni ricordano piuttosto il nitore cibernetico di un programma di <em>Matrix</em> che un’atmosfera genuinamente onirica). E se il meccanismo di innesco dei tre livelli di sogno in maniera rigidamente concentrica appare convincente, il percorso di ritorno in rigoroso ordine inverso (dal livello più basso verso il superiore), seppure ottenuto con un buon livello di spettacolarità, si rivela troppo pedantemente deterministico. Tra i pochissimi <em>rimpianti</em>, uscendo dalla sala.</p>
<p style="text-align:right;">da <a href="http://www.attimpuri.it/?p=1034" target="_blank">Attimpuri.it</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/165/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=165&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/05/je-ne-regrette-rien/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/inception201.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">Inception20</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Tra le altre cose</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/04/tra-le-altre-cose/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/04/tra-le-altre-cose/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 May 2011 15:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=97</guid>
		<description><![CDATA[di Valeria Veneruso Devo ricordarmi di mettere un taccuino accanto al letto. Soffro d’insonnia e, guarda caso, me ne ricordo quando quelle rare volte cado addormentato, quando sono troppo stanco e sul filo della palpebra non riesco ad alzarmi per l’ultima sigaretta una matita un foglio. Bisogna ricordarsi sempre il nome delle controfigure che muoiono, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=97&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">di <strong>Valeria Veneruso</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/5006037601_48847794a3_b1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-99" title="5006037601_48847794a3_b" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/5006037601_48847794a3_b1.jpg?w=442&#038;h=332" alt="" width="442" height="332" /></a>Devo ricordarmi di mettere un taccuino accanto al letto. Soffro d’insonnia e, guarda caso, me ne ricordo quando quelle rare volte cado addormentato, quando sono troppo stanco e sul filo della palpebra non riesco ad alzarmi per l’ultima sigaretta una matita un foglio.</p>
<p style="text-align:justify;">Bisogna ricordarsi sempre il nome delle controfigure che muoiono, giusto?</p>
<p style="text-align:justify;">Bisogna.<span id="more-97"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Sono quei nomi che scorrono nei titoli di coda, nemmeno tanto verso la fine, ma in caratteri piccolissimi e accatastati l’uno sull’altro, che tanto sono solo controfigure pigiate, gente che per soldi si butta dai palazzi o si dà fuoco o mostra il pene o una tetta leccata o un culo da step.</p>
<p style="text-align:justify;">Puttane abituate ai bordelli orgiastici dei titoli di coda.</p>
<p style="text-align:justify;">È da dopo natale che non piango. Ho fatto colare un paio di lacrime in un barattolino, uno di quelli col miele che ti freghi nella sala colazione degli alberghi. È un esperimento: vedere se riesco a non piangere più. Un incantesimo. Cazzate, sono io che faccio un incantesimo al barattolo perché ogni volta che mi viene da piangere mi impongo di pensare alle lacrime imprigionate e mi blocco quando quelle che ho in corpo stanno per traboccare. Una cazzata, ma funziona.</p>
<p style="text-align:justify;">E poi ci sei tu.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi hai chiesto a bruciapelo chi ci sarà dopo di te, non hai nemmeno sospettato mi venisse in mente Baglioni rovinando tutto, rendendo tutto un po’ ridicolo. Io come uno stronzo te l’ho detto e tu mi hai risposto che non è stato un cantante a inventarsi quella determinata successione di parole, e comunque non era Baglioni a chiederlo a me, eri tu. È stato così che sono diventato ridicolo io.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi ci sarà dopo di te? Intendi l’illuminazione sotto la scrivania come una lampada da 200 watt posizionata male? Mi chiedi se c’è già chi ti sostituirà, se esiste, se io già l’ho conosciuta, la mia prossima Musa. Vorrei dirti che non esisterà mai nessuna Musa oltre te, vorrei che tu sperassi questo. Invece tu sai tutto prima di me, sai che mi stancherò, sai che avrò bisogno di una modella diversa che risvegli le idee, che crei i miei pensieri. Ti odio per questo, tu sai già che ti abbandonerò e la prendi come qualcuno che sa cos’è la morte, come qualcosa che fa parte della vita. E io mi affanno a dirti no, mi affanno a dirti no. Solo per la paura che in te sorga l’istinto suicida, per la paura che tu decida di andartene prima che arrivi la mia stanchezza. Sono un egoista e tu sei una troppo attaccata alla vita, questa è la verità. Non te ne andrai fino a che io non ti manderò via, di soppiatto, poco a poco, come un tossicomane che effettua lo scalaggio.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma poi, scusa, cosa è successo?</p>
<p style="text-align:justify;">Voglio dire, ti sei guardata allo specchio? Avevi le guance piene, paffute, come quelle di una bambina abituata a ingurgitare leccalecca e panini al cioccolato. Ora i tuoi zigomi si stagliano, fendono l’aria quasi prima del naso e dove c’erano palline di grasso ora ci sono rientranze, come se stessi tutto il tempo ad aspirare le guance dall’interno, tenendo la carne attaccata ai premolari. Ti guardo e mi vengono in mente quelle macchine per mettere il cibo sottovuoto. Non sono mai stato bravo a glissare o ad evitare di parlare quando quello che ho da dire non è un complimento, perdonami. Mi ricordi un’attrice francese a cui non chiederei mai un autografo, mi veniva facile parlare con te, ora avvicinarti è un’operazione che fa a cazzotti con la mia timidezza.</p>
<p style="text-align:justify;">Sei sempre la ragazza che rideva con me sul pavimento a gambe incrociate? Ogni volta c’era quel ricciolo a sfiorarti la faccia: allora ti fermavi, lo riavviavi e ricominciavi a ridere. Se avessi detto qualcosa con quel mucchietto di capelli fuoriposto, beh, le parole sarebbero state coperte e io non avrei prestato attenzione, questa fu la tua risposta l’unica volta in cui te lo chiesi esasperato. Tu invece eri sempre calma quando sedevi per terra con me; potevi incazzarti un attimo prima e un attimo dopo ma non MENTRE eri seduta scomodamente con me. Vale ancora questa regola? Allora sostituiamo il culo ai piedi e parliamo, ho tante cose da raccontarti, ho tante battute da provare e tu sei sempre la mia segretaria preferita. Fosti tu a dirmelo, ricordi? Dicesti “tu mi usi come cavia per le idee che ti vengono in mente, per vedere fino a che punto funzionano, perché io sono un campione rappresentativo delle risate di gente media”. Era vero e arrossii, mi scusai, negai. Tu dicesti non negare, non scusarti, mi piace essere la segretaria presa dalla strada mentre sta andando a comprarsi un sandwich per il pranzo, mi piace vederti appostato dietro il portone scrutando la gente come un rapinatore di opinioni pronto a colpire, scegliendo e attribuendo caratteri. E alla fine scegli me, è me che trascini all’interno di un palazzo con la promessa di dieci dollari per testare la riuscita delle tue battute. Non negare, non scusarti, io sono la segretaria che sceglie te tra milioni di artisti appostati dietro portoni. Non negare, non scusarti, ma non smettere mai di arrossire. Questo mi dicesti.</p>
<p style="text-align:justify;">Siediti ancora per me, con me. Sii la mia cavia, sii per sempre il mio emaciato topo bianco di laboratorio.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/97/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/97/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=97&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/04/tra-le-altre-cose/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/5006037601_48847794a3_b1.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">5006037601_48847794a3_b</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Inserire titolo&#124;</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/inserire-titolo/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/inserire-titolo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 May 2011 09:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Caruso]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=66</guid>
		<description><![CDATA[di Antonio Caruso  I L&#8217;utente si deve adattare alla tecnologia più di quanto la tecnologia non riesca ad adattarsi all&#8217;utente, siamo tutti vittime degli elenchi puntati di word. È un po&#8217; come cercare di dormire in un labirinto per roditori di media grandezza. II La scrittura manuale è un esempio di tecnologia flessibile. Chi scrive [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=66&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;">di <strong>Antonio Caruso</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong>I<strong><a href="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/npthunder.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-138" title="NPthunder" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/npthunder.jpg?w=242&#038;h=326" alt="" width="242" height="326" /></a></strong><strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;utente si deve adattare alla tecnologia più di quanto la tecnologia non riesca ad adattarsi all&#8217;utente, siamo tutti vittime degli elenchi puntati di word. È un po&#8217; come cercare di dormire in un labirinto per roditori di media grand<strong></strong>ezza.<span id="more-66"></span></p>
<p style="text-align:justify;">II</p>
<p style="text-align:justify;">La scrittura manuale è un esempio di tecnologia flessibile. Chi scrive può usare penne con punte di vario tipo e di diversa grandezza, matite di tante durezze e fogli di svariate misure, più o meno rilegati, più o meno riciclati. Ognuno di questi strumenti ma sopratutto ognuna delle singole combinazioni tra strumenti diversi fornisce a chi scrive la strumentazione più idonea e più felice.</p>
<p style="text-align:justify;">III</p>
<p style="text-align:justify;">La penna sbagliata sulla carta sbagliata può provocare danni e nevrosi, la scrittura si potrebbe interrompere e semplicemente <em>grattare</em>. Al contrario, la penna giusta sulla carta giusta dischiude giardini di eleganza e dolore, ricongiunge la mano alla cervicale, il senno con lo spirito, le parole fluiscono leggere come onde di calore emanate da una macchina sulla spiaggia.</p>
<p style="text-align:justify;">IV</p>
<p style="text-align:justify;">La scrittura manuale presenta le normali limitazioni del mondo fisico, nelle dimensioni discrete di un foglio di carta, nei limiti strutturali dell&#8217;inchiostro che finisce, nella matita che si spezza, nella gomma che sbriciola e non cancella.</p>
<p style="text-align:justify;">V</p>
<p style="text-align:justify;">La videoscrittura ha grandi vantaggi. Gli elenchi puntati non sono tra questi. Il copia incolla si.</p>
<p style="text-align:justify;">VI</p>
<p style="text-align:justify;">Internet ha portato la videoscrittura ad essere televideoscrittura. La forma più diffusa sono i blog, la filiera corta della produzione scritta. Per l&#8217;informazione e per il giornalismo sono stati una mano santa.</p>
<p style="text-align:justify;">VII</p>
<p style="text-align:justify;">La capacità di concentrazione sulla lettura di un testo online è piuttosto bassa, poche righe e qualche immagine, o anche tante immagini, ma sempre poche righe. La scrittura breve, epigrammatica, è la migliore per leggere testi su internet. Oltre una certa lunghezza allegasi pdf.</p>
<p style="text-align:justify;">VIII</p>
<p style="text-align:justify;">I pdf sono i Testi Maggiori. Introducono in un mondo sereno, immodificabile, dagli ampi margini bianchi. I pdf danno sicurezza, sono un bastione contro la velocità del refresh. I pdf sono dei lunghissimi attimi di riflessione, delle vacanze in Montenegro. Anche i pdf però dovrebbero avere una lunghezza massima.</p>
<p style="text-align:justify;">IX</p>
<p style="text-align:justify;">I blog sono i Testi Minori. Nonostante ciò, il blog è il nuovo paradigma della scrittura, sono semplici, rapidi e gratuiti e il/la blogger è una figura potenziale. Di tutto e nulla può cost*i aver canoscenza, di tutto e nulla discorrer può con bramosia e appetenza.</p>
<p style="text-align:justify;">X</p>
<p style="text-align:justify;">I contenuti dei blog sono molteplici e svariati. Si va dagli aggiornamenti della politica estera cinese, alle poesie erotiche con foto bondage e tramonti. Quando le aziende hanno iniziato a usare i loro stucchevoli corporate blog era un buon momento per farsi qualche domanda. Quando le aziende hanno cominciato a creare i blog dei prodotti è stato trovarsi di botto nella stanza degli specchi.</p>
<p style="text-align:justify;">XI</p>
<p style="text-align:justify;">I blog sono narrazioni frammentarie, hanno un carattere provvisorio, immediato, sperimentale. Si legano alla cronaca, al pensiero fugace. I post sono tanti piccioni viaggiatori gettati in una centrifuga.</p>
<p style="text-align:justify;">XII</p>
<p style="text-align:justify;">I blog hanno anche un carattere adolescenziale, dei diari dove pubblicare i puzzosi anfratti della propria anima alla deriva. Vi si può trovare una volontà, un segno e un sintomo insieme, che spinge a una rarefazione del pensiero, dell&#8217;argomentazione a lunga gittata.</p>
<p style="text-align:justify;">XIII</p>
<p style="text-align:justify;">Il limite più evidente dei blog è la struttura cronologica. Un rotolone che arriva al primo post, il post di presentazione, quando eravamo tutti diversi.</p>
<p style="text-align:justify;">XIV</p>
<p style="text-align:justify;">Un blog non è una cartolina con gli stereogrammi. Fissare a lungo un blog con lo sguardo focalizzato al di là di esso, spesso non svela nessuna forma nascosta.</p>
<p style="text-align:justify;">XV</p>
<p style="text-align:justify;">Il pensiero umano è più complesso e ramificato della successione cronologica dei blog. La relativa libertà dell&#8217;html fai-da-te pre-2.0 era più ingenua ma aveva potenzialità maggiori. Quella terra vergine è stata colonizzata dal 2.0, da servizi sempre più particolareggiati e discreti.</p>
<p style="text-align:justify;">XVI</p>
<p style="text-align:justify;">I template che le piattaforme di blogging propongono vanno da &#8216;Molto imbarazzanti&#8217; a &#8216;Molto minimali&#8217;. I primi imitano la realtà, con le penne, i boschi, gli angoli bruciacchiati, gli altri ne indicano il superamento grafico. Questa prima gamma di template gratuiti offre all&#8217;utente medio l&#8217;illusione di una scelta e di una differenziazione.</p>
<p style="text-align:justify;">XVII</p>
<p style="text-align:justify;">Per accedere a un livello più avanzato (grafica, dominio e struttura) è necessario pagare, principalmente dei professionisti. Fa muovere l&#8217;economia, anzi è l&#8217;economia che viene verso di te.</p>
<p style="text-align:justify;">XVIII</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;unione di televideoscrittura e scrittura manuale con evidenti limiti fisici sembra aver trovato compimento negli ebook. Gli ebook sono ancora un grande punto di domanda e si sta discutendo se leggerli o meno.</p>
<p style="text-align:justify;">XIX</p>
<p style="text-align:justify;">Gli ebook riescono a unire l&#8217;asetticità e la malleabilità della tecnologia con il peso specifico della lettura. Il problema è che non hanno le costine.</p>
<p style="text-align:justify;">XX</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono anche altri modi per unire le due cose.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=48:polistorie&amp;catid=44:polistorie&amp;Itemid=27" rel="nofollow" target="_blank">Quintadicopertina</a> rispolvera i libri-game.</p>
<p style="text-align:justify;">Un capitolo dell&#8217;ultimo libro di Jennifer Egan è stato scritto in Power Point.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.quakebook.org/" rel="nofollow" target="_blank">Quakebook</a> è una raccolta di tweet post tsunami. I ricavati saranno interamente devoluti alla Croce Rossa.</p>
<p style="text-align:justify;">In Giappone vanno forte i romanzi via sms, i <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cell_phone_novel" rel="nofollow" target="_blank">kaitai</a>, con capitoli più brevi di tweet, ma ci stanno provando anche in Italia con <a href="http://romanzodigitale.blogspot.com/" rel="nofollow" target="_blank">Romanzo digitale</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Un paio d&#8217;anni fa James Bridle ha raccolto in libro tutti i suoi tweet e in una serie di 12 volumi i cambiamenti della pagina Iraq War su Wikipedia.</p>
<p style="text-align:justify;">A New York qualcun altro s&#8217;è spinto oltre e sta pubblicando un <a href="http://www.nypost.com/p/news/local/manhattan/light_reading_Vv4kQtNNsiM9xibr9kEMUP#ixzz1FMg8y6Sj" rel="nofollow" target="_blank">romanzo a puntate</a> sui lampioni della città.</p>
<p style="text-align:justify;">XXI</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;uso della tecnologia, per scrittura, lettura, supporto e trasporto, perché non diventi una merce che promuove se stessa, una mano che fa rumore da sola solo perché tiene un i-pod, dev&#8217;essere creativa.</p>
<p style="text-align:justify;">Deve essere funzionale alle storie che può raccontare e i modi di raccontare le storie sono infiniti, come infinite possono essere le storie. Bisognerebbe usare la tecnologia come fosse Lego, e usarla a proprio piacimento. Complessità e semplicità sono intersecabili. In fin dei conti un libro, un foglio, un .txt sono gli strumenti più universali che abbiamo a disposizione.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Antonio Caruso lo trovate prevalentemente sull&#8217;<a href="http://archiviocaltari.wordpress.com/" rel="nofollow" target="_blank">Archivio Caltari</a> e su <a href="http://studiounto.tumblr.com/" rel="nofollow" target="_blank">Antitled</a>. Ogni tanto manda qualche <a href="http://ctonie.wordpress.com/" rel="nofollow" target="_blank">criptolina</a>.<br />
</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/66/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=66&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/inserire-titolo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/npthunder.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">NPthunder</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Rhythm &amp; Shoes</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/rhythm-shoes/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/rhythm-shoes/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 May 2011 08:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una Sinfonica Babele]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=77</guid>
		<description><![CDATA[di Francesco Ricci Forse mi accendo un’altra sigaretta, il sole ancora non ha fatto il suo nostalgico inchino. Aspetto trepidante il momento in cui affonderà al di là della sagoma del palazzo che ho di fronte, lasciando campo libero alle stelle, come tutte le sere. Senza le ombre non so mai cosa scrivere. Tra le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=77&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Ricci</a></strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-80" title="3986524856_7f14f48064_o" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/3986524856_7f14f48064_o.jpg?w=348&#038;h=348" alt="" width="348" height="348" /></p>
<p style="text-align:justify;">Forse mi accendo un’altra sigaretta, il sole ancora non ha fatto il suo nostalgico inchino. Aspetto trepidante il momento in cui affonderà al di là della sagoma del palazzo che ho di fronte, lasciando campo libero alle stelle, come tutte le sere. Senza le ombre non so mai cosa scrivere.</p>
<p style="text-align:justify;">Tra le dita non mi è rimasto che il filtro consunto dell’ennesima Winston: me ne restano cinque.</p>
<p style="text-align:justify;">Agguanto il primo libro che rapisce il mio sguardo, quello letto talmente tante volte che oramai ho perduto il conto, e lo apro nel bel mezzo della storia, un po’ più verso il principio: è Pirandello, mon amour, <em>Uno, nessuno e centomila</em>.<span id="more-77"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Chissà perché, proprio questa sera, osservo quelle parole con occhi nuovi, occhi vergini; ed un pensiero, altrettanto sconosciuto e immacolato, si fa posto tra le dita che già stringono la penna.</p>
<p style="text-align:justify;">La parola ci rapisce perché è bella.</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni lettera custodisce un timbro, una tonalità che rievoca colori e sensazioni. Vi è mai capitato d’innamorarvi di una parola? Così, senza ragione. Una parola che magari non ha nessun significato profondo, ma che suggerisce evanescenti ricordi di piacere. Ma dov’è che risiede la melodia di cotanta suggestione?</p>
<p style="text-align:justify;">C’è qualcosa, al di là della materia, che si nasconde tra le righe di chi scrive. Non c’è soltanto la sintassi, la grammatica e l’interpunzione nell’interesse di un lettore, ma è l’armonia di questo insieme che rapisce l’attenzione. Non avevo mai prestato orecchio alle note suonate dai narratori, eppure, questa sera, scopro la musica delle parole lì dove non l’avevo mai incontrata.</p>
<p style="text-align:justify;">Quale armonia, quale splendido filare si cela sotto le descrizioni di un romanzo! Quasi come se fosse una canzone, porto avanti il tempo con il piede e tengo il ritmo con la voce. Tutto scorre senza intoppi, mi trascina con gli accenti, con le sillabe in accordo, con il suono placido e cadenzato che m’incastra nell’andazzo. Pongo impegno in ogni virgola, prendo fiato ogni tre quarti, e mi ritrovo dentro il mondo dell’autore, che forse scrive inconsciamente, ma che trasmette più di quanto egli stesso avrebbe creduto.</p>
<p style="text-align:justify;">È il suono, è proprio il suono a rievocare! È la musicalità delle parole e l’incastro tra di loro a suscitare le emozioni.</p>
<p style="text-align:justify;">E così, Luigi Pirandello diventa quasi un cantautore, che un po’ come De Andrè, ci narra di Moscarda col sorriso sotto i baffi. È come un menestrello – perdonate l’eresia – , che canta con la prosa leggera e disinvolta di chi fa trapelare un messaggio esistenziale con la cadenza più affrancata che ci sia.</p>
<p style="text-align:justify;">Prendo in mano un nuovo libro e accendo un’altra sigaretta: ne restano quattro.</p>
<p style="text-align:justify;">William Burroughs, <em>Pasto nudo</em>: tutt’altro genere, tutt’altra storia. M’immergo qui in una rapsodia di rumori aspri dall’andatura spezzata, che mi rimandano immediatamente all’elettronica più raffinata e d’avanguardia. Rimango sempre col fiato sospeso, a volte infastidito, non riesco più a seguire la naturale armonia della lettura che avevo poco prima riscontrato. Le parole sono tante, ma non sempre riescono a sposarsi tra di loro. È una sensazione di ansia strisciante quella che mi coglie ascoltando questa cantilena di periodi industriali. Non c’è soluzione di continuità. Cambio libro.</p>
<p style="text-align:justify;">Joyce, con il suo <em>Dedalus</em>, mi costringe a prendere un’altra sigaretta. Note alte, note basse, cascate di suoni che non seguono una logica ma il puro istinto, l’armonia delle parole più eleganti che a volte lascia spazio a passaggi triviali in cui la melodia s’incrina e smarrisce consciamente la sua strada: questo è Jazz!</p>
<p style="text-align:justify;">Altro libro, altra sigaretta: <em>Sulla strada</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">È un genere abbastanza difficile da definire quello di Kerouac, che muove la sua penna con i ritmi più disparati, ma sempre semplici e correnti. Sembra di ascoltare in lui una sorta di contaminazione, come quella dell’R&amp;B. Non porta il tempo in maniera costante e scontata, ma segue una linea ritmica propria, a volte musicale ed orecchiabile, a volte statica e affannata. Le parole, però, evocano sempre i colori e gli odori più adeguati a trasferire il lettore nell’America della beat generation, connotata di ricordi moderni seppur nostalgici. La linea di basso è quella che più di tutte lascia il segno, accompagnando l’intera opera col suo martellante battito che finisce per confondersi con quello del cuore.</p>
<p style="text-align:justify;">Penultima sigaretta tra le labbra e il premio nobel per la letteratura rifiutato da Sartre tra le mani.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La nausea</em> è un melanconico susseguirsi di note tristi, in cui la chitarra acustica fa da unica padrona. Il male esistenziale di cui è intriso il romanzo mi viene trasmesso dalla ridondanza dei suoni, che individuano l’opera in un’unica traccia, la cui chiave è decisamente blues. Il ritmo è lento e coinvolgente, il tono è costantemente basso, non c’è spazio per fronzoli ed assolo narcisisti: è il naturale sfogo di un animo in conflitto che riesce a far star male anche chi l’ascolta.</p>
<p style="text-align:justify;">È con un po’ di titubanza che accendo l’ultima sigaretta, aprendo un libro nuovo.</p>
<p style="text-align:justify;">Vengo invaso dagli acuti dei fiati: clarinetti, trombe, flauti; procedo ancora e incontro le metamorfosi di un pianoforte che accompagna ogni descrizione, avvicendando un andamento pigro e sibilato ad uno vivace e tracotante. Percepisco in lontananza uno sciame di violini, che fioriscono e scemano insieme alla tensione del parlato. Contrabbassi e violoncelli marcano gli attimi d’attesa, scolpiscono i silenzi, giocano coi personaggi più bizzarri. Uno spartito invisibile sottotitola le vicende, dipingendole coi colori più svariati. Il maestro d’orchestra è Ivan Gončarov, che gestisce ritmi e parole come più si conviene ad un gioiello della letteratura russa: <em>Oblomov</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Avrei proseguito ad oltranza, ma le sigarette sono ormai finite, e il mio tabagismo m’impedisce di avventurarmi disarmato verso altre letture. Se non altro, ora so di cosa scrivere.</p>
<p><em><a href="http://francescoricci.wordpress.com/" rel="nofollow" target="_blank">Francesco Ricci</a> è nato a Napoli nel 1989. Ha collaborato con diversi blog e riviste online, tra cui Hyde Park. Il suo primo libro, </em>Sei Come Nove, favolette amorali<em>, è stato pubblicato nel 2011 da Tullio Pironti Editore.</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/77/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=77&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/03/rhythm-shoes/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/3986524856_7f14f48064_o.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">3986524856_7f14f48064_o</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Intertestualità e metaletteratura</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/02/intertestualita-e-metaletteratura/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/02/intertestualita-e-metaletteratura/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 May 2011 09:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Under the Semantic Bridge]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Intertestualità]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=14</guid>
		<description><![CDATA[di Enrique Vila-Matas (tratto da Intertextualidad y metaliteratura) Può forse sembrare paradossale, ma ho sempre cercato la mia originalità di scrittore nell’assimilazione di altre voci. Le idee o frasi acquisiscono un altro significato quando le si cita, lievemente ritoccate, situate in un contesto insolito. «Mi chiamo Erik Satie, come chiunque». Juan Villoro sostiene che questa frase [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=14&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">di <strong><a href="http://www.enriquevilamatas.com/" rel="nofollow" target="_blank">Enrique Vila-Matas</a></strong><br />
(tratto da <a href="http://www.enriquevilamatas.com/textos/textmonterrey.html" rel="nofollow" target="_blank"><em>Intertextualidad y metaliteratura</em></a>)</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-28" title="Vila-Matas" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/04/vila_matas_enrique_baja.jpg?w=400&#038;h=270" alt="" width="400" height="270" /></p>
<p style="text-align:justify;">Può forse sembrare paradossale, ma ho sempre cercato la mia originalità di scrittore nell’assimilazione di altre voci. Le idee o frasi acquisiscono un altro significato quando le si cita, lievemente ritoccate, situate in un contesto insolito.</p>
<p style="text-align:justify;">«Mi chiamo Erik Satie, come chiunque».<span id="more-14"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Juan Villoro sostiene che questa frase del compositore francese riassuma la mia nozione di personalità: «Essere Satie vuol dire essere irripetibile, si tratta di questo, di trovare un proprio modo di dissolversi verso il trionfale anonimato, dove l’unicità è proprietà di tutti».</p>
<p style="text-align:justify;">Non lasciamoci ingannare: scriviamo sempre dopo qualcun altro. Nel mio caso, all’utilizzo di idee e frasi altrui che acquisiscono un altro significato quando le si ritocca leggermente, occorre sommare un’operazione parallela e quasi identica: l’invasione, nei miei testi, di citazioni letterarie totalmente inventate, che si mischiano e confondono con quelle vere. E perché mai, santo cielo, faccio una cosa del genere? Credo che, in fondo, dietro questo metodo ci sia un intento di modificare leggermente lo stile, forse perché già da tempo penso che nei romanzi sia tutta questione di stile.</p>
<p style="text-align:justify;">Sebbene molti non se ne siano ancora accorti, già da oltre un secolo il romanzo non ha più la funzione che aveva all’epoca di Balzac, Galdós o Flaubert. Il suo ruolo documentale, come quello psicologico, si è esaurito. «E quindi cosa resta al romanzo?», si chiedeva Louis Ferdinand Céline. «Non molto – diceva –, resta lo stile. Stile che sorge da una certa maniera di forzare le frasi, facendole uscire leggermente dal loro significato abituale, liberarle dalla loro gabbia, per così dire, e spingere quindi il lettore a trasferirne anche il significato. Molto leggermente, però! Perché in tutto questo, se il meccanismo è troppo marcato si compie un errore, <em>l’errore</em>, non è forse così? Quindi, tale procedimento richiede una gran dose di distanza, di sensibilità; è molto difficile, bisogna girarci intorno. Intorno a cosa? Intorno all’emozione».</p>
<p style="text-align:justify;">Sì, è vero, scriviamo sempre dopo qualcun altro. Non ho nessun problema a ricordare di frequente quest’ovvietà. Anzi, mi piace farlo, perché in me si annida un dichiarato desiderio di non essere mai unicamente me stesso, ma di <em>essere anche, sfacciatamente, gli altri</em>. Già in uno dei miei primi libri, <em>Recuerdos inventados</em>, mi dedicai a rubare o a inventare i ricordi di altri per poter avere una mia propria personalità.</p>
<p style="text-align:justify;">Come Antonio Tabucchi dubito, per esempio, dell’esistenza di Borges e penso che il rifiuto, da parte di quest’ultimo, di un’identità personale (il suo affanno per non essere Nessuno) non fu mai soltanto un’attitudine esistenziale piena d’ironia, ma piuttosto il tema centrale della sua opera. Nel suo racconto «La forma della spada», Borges, attraverso il suo personaggio John Vincent Moon, difende la seguente convinzione:</p>
<p style="text-align:justify;">«Ciò che fa un uomo, è come se lo facessero tutti gli uomini. Per questo non è ingiusto che una disobbedienza in un giardino contamini tutto il genere umano; come non è ingiusto che la crocifissione di un solo giudeo sia sufficiente a salvarlo. Forse ha ragione Schopenhauer: io sono gli altri, ogni uomo è tutti gli uomini, Shakespeare è in qualche modo il miserabile John Vincent Moon».</p>
<p style="text-align:justify;">Anch’io sono ora John Vincent Moon e dico che, per Borges, lo scrittore chiamato Borges era un personaggio che lui stesso aveva creato e, se ci uniamo al suo paradosso, possiamo dire che Borges, personaggio di qualcuno chiamato come lui, non è mai esistito, non è esistito se non nei libri. È quanto affermò anche Tabucchi e io, per lo stesso principio, sono anche Tabucchi, che un giorno mi ha dato un foglio con su scritta questa frase di Borges, della quale mi sono immediatamente appropriato: «Io sono gli altri, ogni uomo è tutti gli uomini».</p>
<p style="text-align:justify;">Quindi, quando scrivo, senza dubbio sono Tabucchi, Borges e John Vincent Moon e tutti gli uomini che sono stati tutti gli uomini di questo mondo. Tuttavia, questo sì, per non complicare troppo le cose, mi chiamo solamente Erik Satie. Come chiunque, d’altra parte. O, se volete: «Mi chiamo Antonio Tabucchi, come chiunque».</p>
<p style="text-align:justify;">Pensandoci bene, credo che l’inserire citazioni (false o no) nei miei testi si debba al fascino che mi provocarono in gioventù i film di Jean Luc Godard, con tutto quello sfoggio di citazioni in mezzo alle storie, che bloccavano l’azione come i cartelli utilizzati per i dialoghi nel cinema muto… La mia formazione letteraria è stata costruita guardando il cinema avanguardista degli anni ’60. E ciò che vidi in quei film mi sembrò così incredibilmente naturale che per me il cinema è sempre stato quello di quell’epoca di innovazioni stilistiche senza fine. Ho studiato all’epoca di Godard. È qualcosa di cui si dovrebbe avvertire chiunque compri uno dei miei libri, lo scriverei sulla fascetta.</p>
<p style="text-align:justify;">Così come Godard diceva di voler fare film di finzione che fossero come documentari e documentari che fossero come film di finzione, io ho scritto – o preteso di scrivere – narrazioni autobiografiche che sono come saggi e saggi che sono come narrazioni. E in entrambi ho inserito le mie citazioni. Nel prologo dell’ammirabile – oggi piuttosto dimenticato – libro <em>Vudú urbano</em> di Edgardo Cozarinsky, un pioniere e grande esperto nell’inserire citazioni nei suoi racconti, Susan Sontag diceva: «Il suo sprecare citazioni sotto forma di epigrafi mi fa pensare a quei film di Godard seminati di citazioni. Nel senso in cui Godard, regista cinefilo, creava i suoi film a partire da e in base al suo amore per il cinema, Cozarinsky ha scritto un libro a partire da e sul suo amore per certi libri».</p>
<p style="text-align:justify;">Ho studiato all’epoca di Godard. Ho assimilato ciò che avevo visto fare a lui e ad altri cineasti degli anni ’60 con una naturalezza tale che poi, quando qualcuno criticava, per esempio, l’inclusione di citazioni nei miei romanzi, quasi mi spaventavo dell’ignoranza di chi rimproverava qualcosa che, per me, era in fondo normalissimo. In fin dei conti, inserire una citazione – come ben sapeva Sterne e io già sapevo allora – è come lanciare un bengala di segnalazione e chiedere l’aiuto di complici. Mi sorprendeva incontrare testardi che vedevano negativamente ciò che io avevo sempre visto di buon occhio: queste righe estranee che si includono nel proprio testo, per un proposito o per un altro, o per nessuna ragione.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono convinto, come Fernando Savater, che le persone che non comprendono l’incanto delle citazioni sono, di solito, le stesse che non capiscono quanto l’originalità sia giusta, equa e necessaria. Perché dove si può e si deve essere realmente originali è nel citare. Per questo alcuni degli scrittori più autenticamente originali del secolo scorso, come Walter Benjamin o Norman O. Brown, si proposero (e quest’ultimo portò a termine il suo progetto in <em>Corpo d’amore</em>) di scrivere libri che fossero composti solo da citazioni e che fossero, quindi, realmente <em>originali</em>…</p>
<p style="text-align:justify;">Credo poi, come Savater, che i maniaci anti-citazioni siano soggetti al destino meno desiderabile in assoluto per uno scrittore: purismo e facezia, ossia le due peggiori varianti del <em>luogo comune</em>: «Citare è respirare letteratura per non affogare tra i luoghi comuni più tipici e diffusi che vengono in mente quando ci impegniamo in questa volgarità suprema di <em>non dovere niente a nessuno</em>. In fondo, chi non cita non fa che <em>ripetere</em> ma senza saperlo e sceglierlo…».</p>
<p style="text-align:justify;">Salvando il salvabile, questo metodo di moltiplicazione dei significati attraverso le citazioni, che ho impiegato così tanto, ha dei punti in comune con quel procedimento che il mio amato Raymond Roussel inventò e spiegò in <em>Come ho scritto alcuni miei libri</em>: una macchina infinita di produzione di letteratura e di creazione caleidoscopica di <em>significati differenti</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo congegno creatore di <em>significati differenti</em> era già stata un’intuizione di Roland Barthes, quando nel suo libro <em>Sade, Fourier, Loyola</em> ci dice che in realtà oggi non esiste nessuno spazio linguistico che non appartenga all’ideologia borghese: il nostro linguaggio proviene da tale ideologia, sulla quale ritorna e nella quale resta rinchiuso. L’unica reazione possibile non è la sfida né la distruzione ma, soltanto, il furto: frammentare l’antico testo della cultura, della scienza, della letteratura, e disseminare le sue caratteristiche secondo formule irriconciliabili, esattamente come si maschera la mercanzia rubata.</p>
<p style="text-align:justify;">Nelle parole di Barthes sento l’eco di Montaigne: «Con tutto ciò che può essere preso in prestito, sono felice se posso rubare qualcosa, modificarlo o mascherarlo per un nuovo fine».</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Traduzione di Giulia Zavagna.</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/14/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/14/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=14&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/02/intertestualita-e-metaletteratura/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/04/vila_matas_enrique_baja.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">Vila-Matas</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Genitivo assoluto</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/05/01/genitivo-assoluto/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/05/01/genitivo-assoluto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 May 2011 10:02:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Melone]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://usb4.wordpress.com/?p=31</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Melone Povero diavolo, è uno sconquasso Che d’alto in basso piombar lo fa. «Eccolo, eccolo» tutti diranno Mi burleranno per la città. (Cenerentola, Rossini) Sbatto la porta e bestemmio Diopadre sul pianerottolo. Ancora due ore e mezza al turno, ma non voglio stare dentro casa, vedere lei voltata sul lavandino e quella faccia con [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=31&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Melone</strong></p>
<p style="text-align:left;" align="right"><img class="size-full wp-image-35 alignleft" title="Demostene" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/demostene1.jpg?w=510&#038;h=383" alt="" width="510" height="383" /></p>
<p style="text-align:right;" align="right"><em>Povero diavolo, è uno sconquasso<br />
Che d’alto in basso piombar lo fa.<br />
«Eccolo, eccolo» tutti diranno<br />
Mi burleranno per la città.<br />
</em>(<em>Cenerentola</em>, Rossini)</p>
<p style="text-align:justify;">Sbatto la porta e bestemmio Diopadre sul pianerottolo. Ancora due ore e mezza al turno, ma non voglio stare dentro casa, vedere lei voltata sul lavandino e quella faccia con gli occhi come cavati.<span id="more-31"></span> Scendo le scale, salgo in macchina. Vagare per il corpo della città e alla fine imboccare per lo stabilimento e trentacinque, quaranta minuti di niente terapeutico, ogni tanto un nome come un atomo dentro al vuoto o le scarpe da sette dollari e novanta di mio zio Antony, oppure qualcos’altro. Da seduto si riaccende quella impuntatura epigastrica, che può essere? Ernia? Non ci vado a farmi vedere. È cancro?</p>
<p style="text-align:justify;">
Dopo vent’anni di turni, disturbi del sonno e che non mi viene dritto, lei sempre rincresciosa – che devo fare? Batterla a sangue? – e diarrea e che altro? Otto ore dentro al forno del reparto, una volta ho perfino pregato, non lo so che m’era preso, non lo so, oppure ho visto Dio allegro come un colibrì. A chi posso dirlo? Vorrei solo che mi vedesse… come si chiama? Alvise. Quant’è che non lo vedo? Due anni, mi pare. Vorrei che stesse qui, dentro alla macchina mentre passo i semafori, e fargli vedere che significa il lavoro, quello vero, per Dio! I turni, la notte, andare a ridere senza i premolari nel cesso con le maioliche di crisoprasio. Il lavoro! Meglio non averlo visto per due anni, spocchioso, professore di latino e greco, azzimato, non si capisce quello che dice, solo tre parole su cinque. Quanto lavori al giorno? Dimmelo: tre, quattro ore di mattina? Qualche volta cinque? Impiccarli ai lampioni, questo si dovrebbe, tutti gli insegnanti, e soprattutto quelli delle superiori perché non fanno un cazzo e sono gonfi di supponenza, nevrotici, aguzzini, pazzi igienisti vegetariani, froci, molestatori, vanno a simpatie, profittatori, rovina delle generazioni, comunisti. Rubano quei mille e cinquecento euro al mese allo stato, piagnucolosi, tre mesi di ferie l’anno, maiali!, e scendono pure in piazza a insultare il ministro, e uno delle medie li istruisce con un megafono e ogni tanto ridono, quei sorrisi disseccati come suture ossee. Venisse lui, Alvise, al turno, con le sue mani come ali incipriate di farfalle! Il sindacato gli fa schifo perché s’è venduto, dice, e sta coi padroni, e il pomeriggio riceve in vestaglia un paio di insufficienze figli di gente come me che si fa il mazzo per mandarglieli a quaranta euro l’ora, tutto in nero, naturalmente.</p>
<p style="text-align:justify;">Sai che faccio? Tanto che ore sono? Vado da Alvise. Vado da lui, a casa sua. Gliene vado a dire quattro a quello stronzo. Sì. Svolto a sinistra, percorro il viale in quarta, me ne vado verso sud; da lì è un salto poi allo stabilimento.</p>
<p style="text-align:justify;">Scendo, e non so bene che voglio fare. Solo rancore torpido, e come precipitare irremeabile.</p>
<p style="text-align:justify;">Busso. Mi viene aperto. Un uomo si netta le mani in una pezza e accanto a lui la madre di Alvise. M’invita a entrare.</p>
<p style="text-align:justify;">«È un amico?», domanda, e io «Sì».</p>
<p style="text-align:justify;">Congeda l’uomo, si rivolge di nuovo a me e scuote la testa senza aggiungere parola. Le cammino accanto senza domandarmi niente, solo aspettare, e lei esprime gli occhi di chi cammina dentro al buio e sa che vi tace un sicario.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi apre una porta, chino la testa e lo sguardo penetra come mani dentro un sacco di grano. Sdraiato sul letto c’è Alvise, consumato, come riassorbito dentro al niente dal quale venimmo, scoria, residuo.</p>
<p style="text-align:justify;">«Non sapevo niente», «Oggi mi sento meglio», e io «Che ci hai?» «Non sai niente?» «No». Entra la madre con una tazza di tè per me, e lui «Ti dico tutto», e io «Sì».</p>
<p style="text-align:justify;">«Se n’è appena andato il medico; lo hai visto?, ha decantato a mia madre la mia forza d’animo. M’hanno tenuto venti giorni in ospedale lindo e purgato, poi concertarono che tornassi qui. Da allora non faccio che versare all’Altissimo il pascatico con il quale m’acquisterò di brucare sopra i suoi prati: mi sono spogliato dei miei beni terreni, recito il rosario tutti i giorni assieme a mia madre e alle quattro in punto, reficiato dall’ostia, m’intrattengo mezz’ora con don Alfonso. Alle cinque è il turno della mia fidanzata. Ella assopisce il suo deretano sul ciglio del letto e si duole con misura. Adesso mi dispiace di morire, prima no, e guardo con rammarico Sandra quando entra».</p>
<p style="text-align:justify;">«Morire?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Morire, sì. Ora, perché io debba morire è caso assai bizzarro, e non parlo della causa efficiente. Morirò di <em>genitivo assoluto</em>».</p>
<p style="text-align:justify;">Io penso a un processo degenerativo irreversibile e rabbuio il viso, significa <em>contro certe malattie</em>!; e lui «Mio padre m’insegnò l’alfabeto greco in terza elementare. Tolse una grammatica dal repositorio, mi chiuse a chiave con lei e mi disse che sarebbe tornato un’ora più tardi. Era ordinario di filologia classica a Roma, e mentre io svolgevo il compito, lui in salotto coricava un’assistente di storia della lingua latina. Da allora fino a oggi ho solo studiato, letto, tradotto da mattina a sera col collo sotto la mannaia di mio padre e del futuro. Non ho conosciuto nessuna giovinezza. Ho vinto concorsi, ho parlato alla radio, ho insegnato nei migliori licei, ho composto in latino, ho visto i miei studi sugli scaffali dei librai, ho parlato agli alunni come Cristo dalla montagna».</p>
<p style="text-align:justify;">E io «Lo so».</p>
<p style="text-align:justify;">E lui «Lo sai? E anche questo sai?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Che cosa?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Che una mattina entro in terzo liceo e apro Demostene come il messale sull’ambone, Dio maledica quel giorno. Leggo e intanto ascolto quel suono e vi riconosco il senso della mia vita, il canto del mio essere, a me più familiare delle mie stesse membra, e la morte di mio padre e quel composto volto di monarca fermato dentro la greppia, i rimbombi della sua voce ancora sulle pareti di madreperla, il mondo come bruciare e dibattersi in esso».</p>
<p style="text-align:justify;">«Poi?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Traduco teatralmente, come è mio uso, e spiego agli alunni la sintassi con l’implicita minaccia di una domanda, finché le mie labbra pronunciano quella condanna».</p>
<p style="text-align:justify;">«Quale?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Genitivo assoluto!»</p>
<p style="text-align:justify;">«E allora?»</p>
<p style="text-align:justify;">«Allora! Non lo era. Non era un genitivo assoluto. Non lo era per niente. Dio! Quanta vergogna, quanto terrore! Così dovrà accadere quel giorno, quando verrà la notte come una legione. Tornai a casa zuppo di pianto e di buio. I primi tempi accusai problemi respiratori e spalancavo la bocca come un pesce in una lanca di fango e tremavo se qualcuno entrava in casa. Avvertivo la dissoluzione del senno e l’onda dell’annientamento».</p>
<p style="text-align:justify;">Lo guardo incredulo, incomprensivo, lui continua.</p>
<p style="text-align:justify;">«Ho pregato di morire e vedevo i miei alunni, i miei colleghi, il preside, i miei vicini, i concittadini, i membri del circolo, le redazioni delle riviste, la mia donna, i suoi, le sue sorelle alte e snelle come faggi in panni damascati, mia madre, mio padre, il bibliotecario, il parroco, il medico, i vigili urbani in un’abbacinante estasi di vilipendio e scherno e folle, radioso, insopprimibile riso. Volevo davvero essere morto. Ma adesso no. Voglio confessarti questo: ora sono felice che sia accaduto, sono felice che è nota la mia nullità, che è divulgata. E adesso saprei vivere. Adesso vorrei vivere, e anche così lo vorrei, qui dentro a questo letto, senza paura, senza vergogna, senza giudizio. Ma è tardi».</p>
<p style="text-align:justify;">Si commuove e intanto entra in camera don Alfonso, senza bussare e fuori orario, presumo. Ci osserva, sospira traendo il fiato dal fondo dei bronchi e, per risollevarci, «Siamo in una valle di lacrime!», attesta.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi avvicino ad Alvise, gli bacio una guancia e senza volerlo gli ficco le pupille dentro gli occhi liquidi, postumi. Saluto la madre e rientro in macchina. Giro la chiave nel quadro, spingo il pedale della frizione fino in fondo e infilo la prima. Guido e di tanto in tanto mi guardo gli occhi sulla superficie dello specchietto. Premo l’ acceleratore con rabbia, e non sembra che guidi, ma che precipiti, e i campi mi vorticano attorno. Passo il cancello dello stabilimento. Timbro il cartellino, ed è come riprendere fiato dopo lunga apnea.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em><a href="mailto:andreamelone19@libero.it">Andrea Melone</a> nasce ad Alatri (FR) nel 1969. È laureato in filologia classica e insegna latino e greco. Dopo alcuni articoli in riviste specialistiche, pubblica il suo primo racconto, </em>Il film<em>, su «Nuovi Argomenti», cui fa seguito il primo capitolo del romanzo </em>Giardini di loto<em>. Nel 2005 esce il suo primo libro, una raccolta di racconti, </em>La verità sulla morte di Carla<em> (Gaffi). Nello stesso anno pubblica su </em>Il mese <em>di «Rassegna sindacale<em>»</em> il racconto </em>I libri mai scritti di Gilberto<em>, successivamente incluso nel volume di AA.VV., </em>Laboriosi oroscopi<em>, EDIESSE, 2006. Nel 2010 pubblica il romanzo </em>Giardini di loto<em> (Gaffi). Attualmente vive ad Alatri.</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/31/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/31/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=31&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/05/01/genitivo-assoluto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/05/demostene1.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">Demostene</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Una Sinfonica Babele</title>
		<link>http://usb4.wordpress.com/2011/04/28/hello-world/</link>
		<comments>http://usb4.wordpress.com/2011/04/28/hello-world/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 21:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>usb</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una Sinfonica Babele]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://underthesemanticbridge.wordpress.com/?p=1</guid>
		<description><![CDATA[Nota della Redazione Con la recente diffusione dei più disparati dispositivi elettronici (cellulari, videocamere, chiavette digitali, lettori mp3, hard disk esterni), anche chi non possiede una specifica preparazione informatica ha acquisito familiarità con il concetto di USB. L’USB (acronimo per «Universal Serial Bus») è un protocollo di comunicazione che consente il collegamento di periferiche esterne [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=1&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Nota della <strong>Redazione</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-69" title="usb definitivo" src="http://usb4.files.wordpress.com/2011/04/usb-definitivo1.jpg?w=155&#038;h=238" alt="" width="155" height="238" /></p>
<p style="text-align:justify;">Con la recente diffusione dei più disparati dispositivi elettronici (cellulari, videocamere, chiavette digitali, lettori mp3, hard disk esterni), anche chi non possiede una specifica preparazione informatica ha acquisito familiarità con il concetto di USB. L’USB (acronimo per «Universal Serial Bus») è un protocollo di comunicazione che consente il collegamento di periferiche esterne a un personal computer, attraverso una tipologia di connettore standard. Il protocollo non è altro che un’interfaccia, ovvero la convenzione di una modalità di comunicazione tra sistemi diversi. Internamente ciascun sistema funziona in maniera autonoma e indipendente, ma è progettato per scambiare dati con altri dispositivi attraverso modalità condivise, che nel caso dell’USB riguardano sia la parte hardware che la parte software.<span id="more-1"></span></p>
<p style="text-align:justify;">L’USB è quindi un’interfaccia che permette la comunicazione tra sistemi differenti, rendendo agevole e veloce uno scambio che altrimenti sarebbe difficoltoso e non immediato. Se ci riflettiamo, la tecnologia è in realtà tra gli ultimi confini toccati dal concetto di interfaccia, che esiste da quando esiste la comunicazione: non possiamo trascurare il fatto che l’uomo, secondo la classica definizione di Aristotele, è un animale sociale, e che per relazionarsi ai suoi simili stabilisce continuamente delle convenzioni (appunto, delle interfacce), dalle più semplici alle più complesse: in primis il linguaggio, poi i codici di comportamento, l’abbigliamento, le norme sociali, il sistema giuridico, l’organizzazione politica, le relazioni diplomatiche, il diritto internazionale e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p style="text-align:justify;">Essenzialmente, ogni forma di espressione richiede un’interfaccia che la comunichi e la renda accessibile ad altri. La letteratura si esprime attraverso il linguaggio, l’arte attraverso forme e colori, la musica attraverso suoni, e così via. Intendiamo offrire spunti di riflessione su questi argomenti, con una particolare attenzione al ruolo svolto dall’arte (ovvero dalla rappresentazione) nella sua attività di mediazione tra realtà e pensiero, tra esperienza e percezione. Ciò che ci interessa, in particolare, sono le modalità in cui l’arte si modifica, cambia forma, filtra attraverso le varie possibilità di espressione e assume, di volta in volta, un significato e un impatto differente. Rivolgeremo la nostra attenzione a quel particolare tipo di interfaccia costituito dalla trasposizione di contenuti da un codice a un altro: i rapporti tra letteratura e le altre arti (cinema, teatro, arti figurative), la traduzione, le inferenze tra la cultura alta e la cultura di massa, la ricezione artistica delle sollecitazioni sempre più spinte da parte della tecnologia e delle mutazioni sociologiche. In che modo l’arte influenza la vita e viceversa? In che modo la realtà viene rappresentata dall’arte? In che modo il tipo di interfaccia utilizzato può veicolare diversamente un messaggio?</p>
<p style="text-align:justify;">Nel tentativo di raccogliere le suggestioni più varie, USB si pone a sua volta come uno spazio di confronto, una nuova babele in cui la confusione non è causa di conflitto o separazione ma di una contaminazione fertile, sinfonica e costruttiva; al di là delle barriere imposte dalla comunicazione, privilegiando lo scambio e l&#8217;ibridazione tra le varie forme d&#8217;arte, come fonte di arricchimento senza pari.</p>
<p style="text-align:justify;">Come da questo blog si può accedere con un semplice clic ad altre pagine, ad altri contenuti, ad altre storie, ogni libro ne rievoca altri, ogni quadro raccoglie in sé tutti i quadri precedenti e forse un accenno a quelli che seguiranno, un attore sul palco di un teatro può rappresentare oggi un personaggio, domani un altro. Per non parlare dell’ulteriore moltiplicazione generata dalle traduzioni, nel tentativo di rendere un contenuto accessibile a tutti; generata dai libri che parlano di libri, dagli scrittori che raccontano altri scrittori, in una rete infinita di input continui e poliedrici che solo se considerati tutti insieme possono dare la misura dell’arte oggi. Isolare il momento dello scambio, della variazione e del contatto per meglio comprenderne il significato e le conseguenze.</p>
<div id="fb-root"></div>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/usb4.wordpress.com/1/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/usb4.wordpress.com/1/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=usb4.wordpress.com&amp;blog=22620827&amp;post=1&amp;subd=usb4&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://usb4.wordpress.com/2011/04/28/hello-world/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://1.gravatar.com/avatar/d4e9521c3cdb703220aa8751546498d4?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">usb4</media:title>
		</media:content>

		<media:content url="http://usb4.files.wordpress.com/2011/04/usb-definitivo1.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">usb definitivo</media:title>
		</media:content>
	</item>
	</channel>
</rss>
